domenica 4 dicembre 2011

10 POESIE DI IANUS PRAVO TRATTE DA "MUDRÀ"

II.

Dal magro seno è ferma la ferita
le aride dita ricoprono il ventre
di una breve foce

i morti reggono lo stallo,
ne fanno il proprio diurno pane.

Radican labbra e di asincrona voce
non ha un volto e un nerbo a leccar
gocce di pioggia che tuo spazio.

Le mani a farsi bianche di putredine
nel sorriso, le labbra a farsi bianche
a smorzare l’apertura e l’ingiuria

le pazienti labbra in un bacio d’ozio.



IV.

Oltre la regola che vuole il matmata
da fumo di sterco, i piedi invertiti:

lo ieri del tuo ventre mio salario, 
il prezzo del tuo Dio lo esborso adesso

senza che Dio Dio, due nomi al luogo
posseggano suono, posseggano
il metrico ovale

che unisce le labbra
a un Wondjina, a un Bellini

il vuoto della forma forma il nulla
il ventre senza luogo del silenzio.



XV.

Se il volto inclinato
rettile al silenzio

in cui si apre cerimonia il corpo
al vuoto dell’origine

poi torce l’asse all’alterità
che devasta lo spazio di luce

tra questo nuovo mutismo,
lubricità del silenzio,
e lo sguardo del non Dio

della cui audacia insanguinati
orina e il dolor senza pena,
il pane dei corpi alla fame

che limita in fiamme,
maschera,
il nulla.



XX.

Nell’incavo di mani i volti
pensano e corrompono il freddo

e nudità dissezionata
nel gioco del caso che deve

un Dio all’inferno se un numero
presceglie il ventre e dello scisma

nella luce dei dadi
la pietà non è computo

la ipostasi del dolore sul tantra
di corpo al corpo di Lingua e di genesi

il gesto limbico che apprende
infamia dalla nudità.



XXI.

Dalla immagina già non si unisce
al senso il limite, la spoliazione.

Nello spazio pubblicato del ventre
tuo luogo di coltelli,

solo osserva sé stesso
il carnem faciens.



XXIV.

Ricordo il corpo morto e il corpo amato.
Prendono in sé le medesime pose
spezzate a un’arresa oscenità, grigi
e sapienti. La resa è scienza, iato,
tatto ulcerato e una fonda boccata
di senso alla perdita dell’eretta
posizione.

È abiura da nudità,
l’aperta nudità un occhio vivo
deforme dormizione in duo di star
exitus in reddito non essendo
che grava d’inerzia se non al ricordo
Pizia.



XXVII.

Cadavere attento, lo sfarsi
sguardo e carminio per l’inverno

in luce alla spoglia mentita.
Sul corpo scomposto è la vergine

a spendere un soldo di scherno
per tanta morte mal riuscita:

l’aperta nudità è il bianco
luttuoso amare, è il dormire

senza sonno per l’altro volto.
Nulla di meno, e niente è tolto

dal corpo pieno a non coprire
quanto di osceno ne vien colto.



XXXVI.

Il vuoto di Dio che è assenza del grido.
Di genesi e fango il luogo era il grido
se dopo il tempo del nulla del grido
ora gli è spazio gremito, annientato
lo sguardo: come un battesimo inietta
lacrime nella fronte dell’uomo e
v’innesta innocenza, l’avidità
dei due corpi pietosi a unirsi muti.

Attraverso il lume aperto tra i ventri
divisi, commisura l’ozio a Dio,
decifra oro nell’ordito dei semi,
un sapore di voce in secrezione
O un pugno dischiuso, scialato: il tempo
a sangue gradui potere alla luce.



XXXVII.

La voce che immagine al mondo, il grido
è l’accoglienza al mondo, il ventre al seme.

I corpi di Schiele l’ascolto degli
sguardi nel fondo dell’utero, voci.

Vergine plurale in vocalità
e luce: la resistenza del nulla

e del tutto alla genesi. Nei corpi
la stasi solo ha limiti amorosi

nella linea di grido, la torsione
che sgrana e ricompone in brace, lento.

Il pane del desiderio: è il cibo
rituale divorato come un’ostia

nell’impreziosirsi a feccia del corpo,
a membratura, fiamma, brevità.



XLI.

La mudrà è azione, il bacio lo sguardo,
il cenno lo spazio a cedere, a retro-
cedere nell’origine del corpo.

L’azione privata di spazio il nudo
locativo dell’orgasmo. La voce:
la clausura della mudrà nel corpo
a zero se nel seme dello zero.

Nessun tessuto mai sopra le mani,
nessuna materia a ostruire materia
del ventre da latte a ametista a unire
la dhyana che dà postura al vedere:

l’abhaya slabbra al grido l’estensione
e, rossa, la varada placa inerzia
alla linea dei volti che ammansiti
respirano nel vigore di un limbo.





Ianus Pravo è nato nel Veneto, ma vive a Barcellona, in Catalogna, dalla fine degli anni ottanta. Ha vissuto anche in Argentina, Sudafrica e Israele.
Ha pubblicato i libri di poesia "Mudrà" (AM Edizioni Marotta, 2004), "Nostra Signora d'Auschwitz" (Azimut, 2007), e, insieme a Leopoldo María Panero, "Senz'arma che dia carne all'imperium" (Società Editrice Fiorentina, 2011).
Ha tradotto dallo spagnolo "Narciso nell'accordo estremo dei flauti" (Azimut 2005) e "Dal manicomio di Mondragón" (Azimut 2007), di Leopoldo María Panero. Sempre di L. M. Panero, ha curato e tradotto, insieme a Sebastiano Gatto, "Peter Pan non è che un nome", poesie scelte 1970-2009 (Il Ponte del Sale, 2011).
Ha curato la traduzione in castigliano dei "Canti Orfici" di Dino Campana (Ediciones Caracol Nocturno, 1999).
Fa parte della redazione di "NiedernGasse".

lunedì 28 novembre 2011

POESIE DI VITTORIO TOVOLI

RELAXING AT QINGDAO

Le crisalidi sono ancora larve
comunque le si chiamino:
mi vogliono sereno
come i Buddha di giada.
Non scomodiamo l’Impero Celeste;
basta un’ipotesi di vento
e il mare fa le creste.
Voglio parole scritte per fissare
il tramestio continuo delle barche,
la nebbia che risale,
i cumuli di alghe.
Su queste sabbie di giaguaro
un pesce che s’arena - sembra un drago -
e una bambina, piano:

dove inizia la battigia?
Quando smette di piovere.



SANT’ELIGIO MI DEVE UN FAVORE

Questa ferita sul soffitto
e tu che mi chiedevi quanto
di ogni mezza risposta
nella tua bocca certo una misura
da uno a dieci
che anche gli occhi sono scuri, neri
come lo spazio si ingrandiscono
da un punto di rottura primigenio,
non è mai stato neanche zero,
finiamo all’infinito.



SECRETUM

La voce ha piedi nudi
e vetri infranti da passare
per sostenere il cuore.
Io faccio ventriloquio
e ho maschere per ogni volto,
per ogni nostro incontro.
Sapere l’ora del decesso
non ricomporrà il tuo sguardo:
cubi di Rubik gli occhi tuoi
in cui alga, spiaggio.



SETIPROGRAM

L’inverno non è sopravvissuto alle mosche
mentre col telescopio perlustravo
le stelle bianche del soffitto.
L’errore è stato vedere un corpo celeste
nel moto rotatorio dei tuoi fianchi.
Ho seguito le tue pupille caricarsi
di ferro fuso fino a implodere
e deflagrare come supernove.
Emanare una luce che io credevo
d’amore, d’un miliardo di volte più luminosa del sole
e adombrarti nel mistero
d’un buco nero; vi ho perso le ragioni del mio studio
poiché di queste cose sono piene le galassie.
Oh, come se a te importasse.



IPHONE 4-STRONZI 

Ho dei vecchi silenzi da riempire.
Dove dormono i più
il mio pensiero entra come un ospite
sgradito, un ladro a volte,
se trova porte chiuse a chiave.
Ma è solo una parola in più
per cui sarei disposto anche a rubare
con un piede di porco
dai negozi del cuore
e spaccare vetrine, dare fuoco 
alla coscienza civile che giace
stremata ai bordi delle strade. 


MAKE YOUR MOTHER SIGH

Guardati dalle coccole degli assassini,
sono dolci carezze, voci infarinate
che vengono dai sogni.
Fuori dai loro accoglienti giardini
non ci sono altalene che dondolano
sempre in tarda serata né lampioni
che si accendono a uno schiocco di dita
ma gas di scarico e l’oleoso vischio del petrolio
che si avvinghia umiliando la salsedine
quando viene su dal porto un vento secco
estivo ed ecco, sai che un uomo è morto
per lo stesso desiderio
che muove il nostro Amleto, chiuso in un serraglio
come un merlo stranito che non becca cibo
ma la finestra al contadino
con gli occhi di un bambino umano
e ama, non riamato.



AZIENDE TESSILI CINESI A PRATO

Serba l’ordito sotto chiave o sbattilo,
noi fresche di cattura.
Non abrogato l’esilio di leva,
devi indicarne il fulcro
– ma fai finta di tutto –
se porti una carriola sui cingoli scapolari
o porti i carri armati, guerra fondiario.
È l’asse della ruota ad infeltrirsi,
la Madre Patria a farsi stretta
e bocche a mandorla di pannolenci
risaie amare, bambole e cuscini.
Lungo i rocchetti ancora c’è chi pensa
che mancherà la messa in carta,
la messa in chiesa a follatura svolta,
la messa in piega per drizzare una rivolta,
che è come scongiurare una congiura:
l’ordito non si spiega
ma è vero, si dipana.



RONDINI DI PANE

Certo, non nevica a giugno. A sentirmi
le strade dopo i temporali
sono frutteti incolti e poi 
Saturno, Giove e ancora ad ascoltarmi:
tu non faresti rondini di pane
ma stormi veri e propri, guarda,
la mia predilezione è per chi sverna.
Invece c’è chi resta e canta
un peana infinito che s’impiglia
al frangiflutti delle labbra:
ascolta chi mena il turibolo,
chi ancora piaggia quell’uomo in esilio
per un verso mai scritto a suo figlio. 



ALLORA SEI FIGA

Vittoria tua, probabilmente
ma è come aprire porte aperte
o fare luce al sole.
Forse non sai che sono fatto in pelle,
che prenderò la polvere dei giorni
granello su granello e nei lamenti
sì, ma di un ostaggio imbavagliato
e ignori i miei ritorni a casa
con tutti i nomi che si danno ai maschi
zoppicando a sinistra come i diavoli ubriachi.
Tu lasci vuota una stanza spoglia
eppure hai ceste di fiori bellissimi
che fai morire apposta.



IL PESCE INCIDENTALE

Innamorarsi: presi a questa rete
si viene trascinati e sono languidi
gli sguardi ai pescatori come sono
buffi gli innamorati e i giovani
che fanno i gran poeti e poi non trovano
parole per salvarsi giusto adesso
che serve un colpo di reni e la sorte
propizia per cadere e ritrovare
il fiume la corrente provaci
tu cerca pesce incidentale
anche a costo di perderci la bocca
di ribellarti a questo assetto astrale
che già ti porta in secca
ci vuole spina ma una spina
dorsale rinunciare ora
a innamorarsi cavami le lische
ad una ad una cavami la pelle
come toccassi un ragno con le dita
o un pesce gelido estremamente
l’iniziativa inizia prima.






Vittorio Tovoli, nasce il 3 novembre 1985 a Bologna, laureato in Lingue Straniere all'Università di Bologna, ha pubblicato con Kolibris ("Quattro giovin/astri") 2010 e autonomamente con la raccolta "Tokyo taccia" 2011. Attualmente vive e lavora a Bologna, è co-conduttore del programma radio "Stipsi", in onda su www.almaradio.it