lunedì 28 novembre 2011

POESIE DI VITTORIO TOVOLI

RELAXING AT QINGDAO

Le crisalidi sono ancora larve
comunque le si chiamino:
mi vogliono sereno
come i Buddha di giada.
Non scomodiamo l’Impero Celeste;
basta un’ipotesi di vento
e il mare fa le creste.
Voglio parole scritte per fissare
il tramestio continuo delle barche,
la nebbia che risale,
i cumuli di alghe.
Su queste sabbie di giaguaro
un pesce che s’arena - sembra un drago -
e una bambina, piano:

dove inizia la battigia?
Quando smette di piovere.



SANT’ELIGIO MI DEVE UN FAVORE

Questa ferita sul soffitto
e tu che mi chiedevi quanto
di ogni mezza risposta
nella tua bocca certo una misura
da uno a dieci
che anche gli occhi sono scuri, neri
come lo spazio si ingrandiscono
da un punto di rottura primigenio,
non è mai stato neanche zero,
finiamo all’infinito.



SECRETUM

La voce ha piedi nudi
e vetri infranti da passare
per sostenere il cuore.
Io faccio ventriloquio
e ho maschere per ogni volto,
per ogni nostro incontro.
Sapere l’ora del decesso
non ricomporrà il tuo sguardo:
cubi di Rubik gli occhi tuoi
in cui alga, spiaggio.



SETIPROGRAM

L’inverno non è sopravvissuto alle mosche
mentre col telescopio perlustravo
le stelle bianche del soffitto.
L’errore è stato vedere un corpo celeste
nel moto rotatorio dei tuoi fianchi.
Ho seguito le tue pupille caricarsi
di ferro fuso fino a implodere
e deflagrare come supernove.
Emanare una luce che io credevo
d’amore, d’un miliardo di volte più luminosa del sole
e adombrarti nel mistero
d’un buco nero; vi ho perso le ragioni del mio studio
poiché di queste cose sono piene le galassie.
Oh, come se a te importasse.



IPHONE 4-STRONZI 

Ho dei vecchi silenzi da riempire.
Dove dormono i più
il mio pensiero entra come un ospite
sgradito, un ladro a volte,
se trova porte chiuse a chiave.
Ma è solo una parola in più
per cui sarei disposto anche a rubare
con un piede di porco
dai negozi del cuore
e spaccare vetrine, dare fuoco 
alla coscienza civile che giace
stremata ai bordi delle strade. 


MAKE YOUR MOTHER SIGH

Guardati dalle coccole degli assassini,
sono dolci carezze, voci infarinate
che vengono dai sogni.
Fuori dai loro accoglienti giardini
non ci sono altalene che dondolano
sempre in tarda serata né lampioni
che si accendono a uno schiocco di dita
ma gas di scarico e l’oleoso vischio del petrolio
che si avvinghia umiliando la salsedine
quando viene su dal porto un vento secco
estivo ed ecco, sai che un uomo è morto
per lo stesso desiderio
che muove il nostro Amleto, chiuso in un serraglio
come un merlo stranito che non becca cibo
ma la finestra al contadino
con gli occhi di un bambino umano
e ama, non riamato.



AZIENDE TESSILI CINESI A PRATO

Serba l’ordito sotto chiave o sbattilo,
noi fresche di cattura.
Non abrogato l’esilio di leva,
devi indicarne il fulcro
– ma fai finta di tutto –
se porti una carriola sui cingoli scapolari
o porti i carri armati, guerra fondiario.
È l’asse della ruota ad infeltrirsi,
la Madre Patria a farsi stretta
e bocche a mandorla di pannolenci
risaie amare, bambole e cuscini.
Lungo i rocchetti ancora c’è chi pensa
che mancherà la messa in carta,
la messa in chiesa a follatura svolta,
la messa in piega per drizzare una rivolta,
che è come scongiurare una congiura:
l’ordito non si spiega
ma è vero, si dipana.



RONDINI DI PANE

Certo, non nevica a giugno. A sentirmi
le strade dopo i temporali
sono frutteti incolti e poi 
Saturno, Giove e ancora ad ascoltarmi:
tu non faresti rondini di pane
ma stormi veri e propri, guarda,
la mia predilezione è per chi sverna.
Invece c’è chi resta e canta
un peana infinito che s’impiglia
al frangiflutti delle labbra:
ascolta chi mena il turibolo,
chi ancora piaggia quell’uomo in esilio
per un verso mai scritto a suo figlio. 



ALLORA SEI FIGA

Vittoria tua, probabilmente
ma è come aprire porte aperte
o fare luce al sole.
Forse non sai che sono fatto in pelle,
che prenderò la polvere dei giorni
granello su granello e nei lamenti
sì, ma di un ostaggio imbavagliato
e ignori i miei ritorni a casa
con tutti i nomi che si danno ai maschi
zoppicando a sinistra come i diavoli ubriachi.
Tu lasci vuota una stanza spoglia
eppure hai ceste di fiori bellissimi
che fai morire apposta.



IL PESCE INCIDENTALE

Innamorarsi: presi a questa rete
si viene trascinati e sono languidi
gli sguardi ai pescatori come sono
buffi gli innamorati e i giovani
che fanno i gran poeti e poi non trovano
parole per salvarsi giusto adesso
che serve un colpo di reni e la sorte
propizia per cadere e ritrovare
il fiume la corrente provaci
tu cerca pesce incidentale
anche a costo di perderci la bocca
di ribellarti a questo assetto astrale
che già ti porta in secca
ci vuole spina ma una spina
dorsale rinunciare ora
a innamorarsi cavami le lische
ad una ad una cavami la pelle
come toccassi un ragno con le dita
o un pesce gelido estremamente
l’iniziativa inizia prima.






Vittorio Tovoli, nasce il 3 novembre 1985 a Bologna, laureato in Lingue Straniere all'Università di Bologna, ha pubblicato con Kolibris ("Quattro giovin/astri") 2010 e autonomamente con la raccolta "Tokyo taccia" 2011. Attualmente vive e lavora a Bologna, è co-conduttore del programma radio "Stipsi", in onda su www.almaradio.it



domenica 20 novembre 2011

POESIE TRATTE DALLE SILLOGI "LA SIMMETRIA DEI NOMI" E "DISGRAFIE" DI ANTONIO BUX



13 POESIE TRATTE DA "LA SIMMETRIA DEI NOMI"



‎*** 

Non si cerca l'oscurità nello scrivere
che l'autore non esiste né il suo intento

ma l'esito è altro che una luce schiusa
da qualcosa che ci visita deformando

il sublime specchio della voce invocare
la fatica oscura delle nude pagine quando

la mente annullata dal rappresentarsi s’apre
e solo sa delle cose quella superficie fragile.









*** 




Oltre il vetro non vedo più il corpo
come la mano sparita nel riflesso

dell'abisso che proporziona una forma,
così anche gli occhi svuotati rompono

nello sguardo che divide materia e nulla,
mentre congiunge lo spazio nell'intuizione

l'armonia d'una sagoma volta al vuoto
nel taglio netto che unisce buio e luce.




*** 




Si fa della voce un grido preciso
teso insistente sino al calcolo

freddo del tacere, l'irriconoscibile
schianto della vita che differisce

l'indifferenza della morte ripiegata
sulle cose senza rumore né silenzio

perché voci gorgheggiano dal fondo
d'un suono scontato nel dire più niente.







***


Di piacere si muore
nel centro del vortice

dell’umano stento che fugge
dal desiderio che il tempo

si annulli, e diventi il mondo
un baratro incalcolabile

da scavalcarsi nel senza corpo;
che si è al di là del limite fisico

nell’avanguardia degli sguardi,
un confine di dolore frantumato

nel violento sonno di ogni assenza,
la precisa somma di tutte le vite.






***


Il dolore è forma di oblio
uno scopo di universo

l’essenza di una visione
che dimensiona l’urgenza,

un conflitto colmo di ombre
che infettano la luce a caso

come una memoria collettiva
che sbaglia a ricordarsi

vivendo nell’ansia del domani
-per l’atto di propositi tesi al nulla-

ché si muore di più nell’esistenza
una linea senza traccia che confonde

percezione di certezza nello scomparire
non sapendo -dell’uomo- l’uomo.






***


Dell’origine ricerchiamo il vertice
scomposto dal calcolo delle cose

precisa addizione dentro un vortice
al millesimo d’ogni passo e sottrazione,

nella perfezione dettagliata di un attimo
al sommare imperfezione allo stato puro,

che per derivare  dividiamo noi dal mondo
e moltiplicandoci diamo zero all’infinito.



***



Invadere la vita non sapendo
se esistere sia solo un interiore

paura dell’abbandono più totale
dal corpo alle cose nel desiderio

e traguardo della speranza preservata
da conglomerati rassicuranti di territori

dove nutriti i terrori accecano le masse
e le famiglie le prigioni di tutte le cose

lasciate al divenire morte per un futuro
quando non si ha che il presente per ricordo,

protetti da tutto ma non da noi stessi
nell’adornarci una fossa senza terra,

siamo tutti in attesa del rifiuto primordiale
che ci dice schiavi della vita fino alla fine.





***

La memoria ha un solo occhio
ed io non vedo che un precipizio

di sguardi al di là dello scheletro
dell’impurità dei corpi non eletti

a disincanto senza scopo e mediazione
e mi parlo di purezza che mi vuole

mostro di passione rinchiuso al nome
di una sepoltura voluta dall’universo.



***


Si evolve si schianta si abbassa
nel dare le spalle al cielo e alle cose

mute al respiro la nostra paura d’essere
altro che un fiore nel ventre della terra

oppure seme di dolore partorito dal rifiuto
di un mondo non più territorio ma spostamento

di un orizzonte spaccato che da oriente si taglia
fino a separarsi dall’occidente di ogni vano nome

rimanendo un piccolo germoglio il sud del mondo
a ingrassare il nord dell’uomo nel vuoto del futuro.





***


Le dimensioni delle cose e dei suoni
si sgranano sul volto fermo del tempo

come ci insegnano gli oggetti la fragilità
di cui siamo fatti, della materia il sogno

d’infinito che si schianta su qualcosa
che per esistere bisogna di separazione

come il rumore di sottofondo della morte
che continua a stridere anche nel silenzio

di una vita senza più  pausa e senza suono
che traccia un’esplosione nel volersi canto.



***


Ricordo appena cosa fosse
la terra ritornando a casa

di notte, a piedi nudi ripetendo
il passo della tua futura presenza,

quando le orme mi precedevano
e tracciavano sentieri interminabili
stando al passo della mia assenza.

Mi dicevo -è quasi finita- ma poi
arrivava un altro sole a svegliarmi.

E col sole ritornavano le ombre
delle cose rimaneva solo il vuoto

gli oggetti manomessi dai tuoi gesti
-non si trovavano mai al loro posto-
i ricordi, fra la polvere e i nostri nomi.




***


Non andando lontano, no
non si ha il passo nella fuga

allontanandosi dal limite il volto
ritorna comunque all'indietro fermo

al punto dove non si può accedere
più se non ricordando l’infinita luce

che ci ha trasformati in ombre presenti
assenti per la nostra nuova prospettiva

di sagome calpestate sotto un cielo confuso
tra i venti che scappano non essendoci notte

qui, senza buio né luce, non esiste riparo
che possa salvare noi dall’essere noi.






***


Mi chiedo se preferire il silenzio
sia parlare a me stesso davvero

nel prepararmi con cura una sponda
di nomi che siano tappeto sul volto

nel diventare curva sostando un pensiero
come quando la morte ti riscrive sereno

mentre si allarga il mondo annullandosi
in un mar di parole spiaggiate tardive.






15 POESIE TRATTE DA "DISGRAFIE"







ALLENAMENTI


Era tra i folti boschi
di quegli orribili banchi
-custodi della nostra noia-
che noi giocavamo
a fare un pallone
con cartaccia piena
di mezza equazione
e due penne a sostenere
la mano portiere,
uno contro uno
rete dopo rete
mentre il professore
di quella nostra partita
ci ammoniva
mettendoci alla porta,
quasi fosse lui arbitro
della nostra vita,
e noi i giocatori
stanchi e provati
come vittime di crampi
dall’allenatore sostituiti,
e accolti nei cessi
da fischi e da applausi sommersi
del nostro pubblico bambino,
tutti già schiavi
di uno stesso segnato destino.



PRESENZA


All’infuori di me, non la mia
casa, minimamente forse

oltre le mura scorgo, al di là
del soffitto basso, tracce di te

nascosta tra la cute bianca
dell’esterno, o forse solo ricoperta

dalla calce per preservarti, chissà
se queste stanze hanno le stesse forme

di chi ti ha vissuto; forse allora 
le nascondo, appendendo

foto e quadri immobili,
occhi che celano altri occhi.



UN OPERAIO


La decima ora del sesto giorno del nono mese
la passi come sempre, attivando il maledetto arnese:
ogni mattina prendi/asciuga/imbusta/infila e poi ancora
torna a casa/raccomanda i figli/bacia la moglie/e corri in chiesa
la domenica assonnato in coda ad aspettare l’estrema unzione:
quarant’anni d’uomo, venti di fabbrica, tre figli e ad ogni busta paga c’è
il mutuo da pagare e il sabato la Coop e venerdì il parrucchiere;
mille euro di spese per fabbricare cessi , dove siederanno poi quei culi
ora lì con te a pregare genuflessi -tutti santi- coi portafogli più grassi
che te ne torni così basso a casa, nel profilo silenzioso di tua moglie
che t’accoltella, e coi bambini che hanno fame e tu a spiegargli
che si mangia una volta sola al giorno -altrimenti si va in galera-
e di nuovo ancora domani pronto, a rigettarti su quella piattaforma;
tu meccanismo perfetto, nell’imperfezione della vita.




CHIAROSCURO


Immagino il martirio del ricordo
nell’infrangere del peccato di un momento,
di un ciclico pensiero che recide il presente
nell’uomo che mente, nell’anima che da sempre
conserva l’antico esilio di ogni sguardo
dentro stracci di verità raggomitolate
incartate tra le infinite pieghe dei secoli,
nel riciclato silenzio che non preserva
neanche l’attesa di una nuova speranza
che sveli una memoria mai più vana
di una fine senza pretesa.








LUOGHI D’ASSENZA


Noi non siamo 
altro che il vuoto 
della nostra ombra.

Tra il conoscerci e il dimenticarci
scegliamo il disapprenderci,
nel trasformarci in linguaggio 
per mutare il pensiero, quando
arresi all’involuzione delle cose
noi, non diventiamo.

Ma s’annulla cosi l’origine 
nel dover comunque diventare,
nell’essere chi non vuole
più sapere l’orizzonte
e che solamente sa
volersi dimenticare.

E arriverà un giorno
il vuoto oltre il niente,
e sarà cosi tutto
il pensiero indefinito,
che parremo noi allora
finalmente un qualcosa
un non nulla d’esistito,
e nel suo arrivo impreparati
noi, fingeremo d’esser stati.

Ma avessimo ancora  una parola
per decidere su quale pagina di mondo cadere
o da quale verbo lasciarci stuprare
allora potremmo forse ancora scrivere
che le lingue morte sono vive al pensarle.

E ci domanderemmo: 

Cos’è il futuro
se non l’azzardo
di non vivere 
il presente?

e ci risponderemmo:

a cosa serve il tempo
se non sappiamo conservarlo
disfacendocene.




 RESTI D’ALTRO OLTRE


Dalla chiusa fronte s’immagina
una mente cresciuta retrocedere
dal mondo che è universo nel dare
suono a quel vuoto che tutto sente,

ma manca l’uomo all’uomo, l’irreale
spazio non dato a vedere per essere
punto di non ritorno oltre cammino
passo nel passo d’eterno destinarsi.

Dove tutto si ascolta tacendo
-anche l’acqua cantare la notte-
nel mare ospitando le ultime stelle
e sabbia germogliare dall’onda
come fermo il mondo scorrendo
trasparente nel vuoto del respiro;

e siamo invisibile richiesta sapendo,
dimenticando d’essere anche un rivelare
silenzioso terreno dell’inascoltato
inumana domanda nel rivolgerci parole:

“dì noi ancora, precipizio del tempo
del mietere ricordi utili a dimenticare
il miracolo del mondo e le redini
dei cavalli d’una mente universale,
e lascia vita uccidere i suoi uomini
e parole scorrere invano dagli occhi”

che vanno nell’andare deserto
pensieri bagnati di fonte
straniera nello scorrere
a valle del delta pensiero
e parole splendenti di sale
cristallizzando un muto mistero.








UCRONÌA


Non sapevamo la luce (ché il buio dipinge meglio
le ombre attente alla nudità della notte)
una vita che scorre nell’universo immobile
-qui resta la vera tragedia l’anima- viso
invisibile agli occhi che non oltrepassano
la superficie dello sguardo nell’esilio 
necessario da tutto e nel vuoto
di qualsiasi nuova o antica forma
noi non ci saremo -ancora una volta-
per la cancellazione dell’eterno.








UN PAZZO DI PEZZA


Avevo una scatola di legno
con dentro tante piccole cose;
un chiodo, una gomma, un filo
e poi un ciondolo, una piccola foto
ingiallita e un mezzo fiammifero.

E così, cominciai.

Con la gomma cancellai il mio nome
e il filo tirò su le mie palpebre
e sconficcai dal cuore il chiodo
arrugginito del tempo, e accesi
il mezzo fiammifero e bruciai 
la tua vecchia piccola foto, chiudendo poi
le ceneri nel ciondolo, gettando
tutto via, all’infuori di me.

Cosi ho finito.
Reinventandomi.



IN UN NON


Quando ascoltavi Satie o Ian Curtis
per te non vi era differenza, ma solo
pausa senza suono, battito dell’uomo
sordo sul tempo. Erano i muri echi
del nostro sentirci come un silenzio
sottofondo di una melodia oltre pensiero
che non dice ma spalanca mille parole
su finestre d’altre dimensioni
dove la musica è carne e terra
e il linguaggio suicida nel rumore.



BUIOLUCE


Si muore
di un sonno, che è 
quel non esserci,
nell’abituarsi alla morte
ad ogni voltura notturna
quando non c’è sogno
in vita, ma sonnolenza
-che gli occhi marciscono-
nel cercare una luce.



LA GRAVITÀ DI NOVEMBRE


Scorre in silenzio
la vita sotto
le foglie del pensiero
ammucchiate, in disparte
bruciate dalla muta stagionale
-sperdute-
dalla ragione degli anni.



INTIMISTO


Come mai il sole.
Perché l’acqua, e le montagne
bianche, e i prati in fiore.
O forse anche il chissà
di un desiderio.
Questo mare che filtra
nel porto, i pesci volanti.
Come mai qui non c’è fine
né un accenno di passato. Soltanto
le catene, la prigione di un perché;
nel purgatorio del sostare negli altri
sentirli svanire sostando sul niente,
fa l’anima vasto giardino.











NON UN ARCOIRIS



Non mi fido della luce.
C’è sempre qualche ombra irradiata
poco, che trama nel giorno. Non mi piacciono
i sorrisi luminescenti, né gioisco per l’avanzare
di un arcobaleno; perché è nel buio d’ogni discorso
che appago l’insaziabile desiderio di sapere l’altro
annullandolo nel farlo mio, quando divento anche io
ombra di un pensiero illuminato.



POETANTIBUS


Quello che osserva il poeta
nello specchio bianco;
quanti leoni si sfidano
nella fossa di una parola,
quante memorie ha uno sguardo
nell’orbita di una strofa,
cosi come le passate stagioni
impigliate tra le lettere,
maturano sulle dita
e mutano in tagliole di verso,
satelliti di un verbo lontano,
leggi di un senso universale,
di una vita ancestrale
vociferata in tutta fretta
dalle spie del gergo;
un lungimirante silenzio
fatto di millenni di storia.




PAROLE DALL’ALDINULLA


Perché altri parlino del tuo detto
del dire che si fa d’altri non dicendo,
che dicendo altro il tuo si fa nell’andare un silenzio
e parole s’affannano nel riavvolgere di tutto un senso,
ché ogni lingua batte laddove si fa nulla per davvero
e non torna il tutto a tacere come la terra 
alla nascita promette, quando ciascun niente
è detto per essere ovunque.






POESIE TRATTE DALLE SILLOGI DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE:

"LA SIMMETRIA DEI NOMI" e "DISGRAFIE"
di Antonio Bux © 2011 
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